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Nutrirsi di Emozioni: la bussola di orientamento nel mondo

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Otorinolaringoiatria

Nutrirsi di Emozioni: la bussola di orientamento nel mondo
Espressione, Riconoscimento e Regolazione delle emozioni nel bambino.
Cosa accade in caso di anestesia emotiva, quando Il cibo diviene una merce di scambio con un messaggio di dipendenza relazionale.

Giulia Onori, Psicologa Clinica
“Mantenere: a dieci anni era il mio verbo preferito. Comportava la promessa di tenere per mano, man-tenere.” Erri De Luca
L'acquisizione di modalità di espressione e regolazione delle emozioni : l' ascolto come prevenzione
Come tutti i periodi di cambiamento, quello della gravidanza, può diventare un occasione per guardarsi dentro e riconoscere le proprie emozioni. Diventa importante allenarsi ad ascoltare l'altro con i suoi bisogni ma altrettanto importante è imparare ad ascoltare se stessi, in modo tale da poter vivere consapevolmente il momento della nascita del neo-nato, della neo-mamma e del neo-papà e permettersi di creare uno spazio di comunicazione, sperimentando una co-regolazione degli stati interni della mamma e del bambino e la nascita di una relazione emozionale che permette al bambino di acquisire competenze autoregolatorie delle emozioni e di proseguire nelle tappe del naturale sviluppo emotivo.
Il momento della gravidanza si presenta come un epoca di crisi transizionale, dove emergono conflitti tra la nuova vita e quella trascorsa, il ruolo sociale e lavorativo raggiunto e quello che si dispiegherà, tra gioie e timori, in cui i protagonisti del vissuto mentale sono molteplici: la donna stessa, il feto, le figure parentali, il partner, il che implica una nuova elaborazione della propria identità, con la rivalutazione dei rapporti che intrattiene.
Ci si paragona con le persone che a loro volta si sono prese cura di noi, ci si confronta, si riaprono delle porte che erano state chiuse e se ne chiudono delle altre magari lasciate aperte troppo a lungo. È un momento di grande investimento emotivo.
Alcune donne hanno la sensazione di essere incompetenti e di non riuscire a fare quanto dovrebbero per essere delle “brave madri”. Si potrebbe avere la sensazione di sentirsi intrappolate, sommerse e assorbite completamente dalle richieste del neonato e sempre più lontane dal mondo vissuto prima della nascita del bambino.
In questo periodo diventa fondamentale il sostegno concreto delle persone che si hanno accanto in attesa che la neo-mamma e il neo-papà trovino ognuno le proprie strategie per affrontare questa grande responsabilità.
Concetti fondamentali affinchè tutto questo avvenga sono : la comunicazione e l'ascolto, condizioni necessarie affinchè possa esserci una relazione.
Comunicare, in sintesi, può voler dire mettere insieme tra più persone esperienze, informazioni, pensieri ed emozioni, significa anche raccogliere, lasciar stare, serbare ed è con ciò che rendiamo valore al silenzio come momento fondamentale, che presuppone l’ascolto come condizione affinché una comunicazione avvenga (S. Rossi, “formazione all’ascolto”,2012), il pianto di un neonato si indirizza a un altro, ma se nessuno lo ascolta, diventa un urlo infinito senza senso, se qualcuno lo ascolta e gli attribuisce significato, trasforma quel pianto in domanda. (Gli studi di Donald W.Winnicott e John Bowlby sostengono che le risposte del “care giver” nelle prime fasi di vita influenzeranno le capacità del bambino di orientarsi, un domani, nella società adulta.). L'ascolto attivo (o partecipazione) si ha quando l'ascoltatore verifica la comprensione di quanto detto, sospende i giudizi di valore, si mette nei panni dell'altro, ascolta attentamente, stando in silenzio, dimostra empatia (comprensione degli stati d'animo dell'altro).
Il termine relazione indica l’instaurarsi tra due o più persone di un ponte comunicativo che permette loro di scambiare emozioni, affetti, sentimenti e idee a differenti livelli di confidenza e intimità.
Dagli anni’80 il tema dello sviluppo emotivo è stato approfondito dall’Infant Research, che ha analizzato lo sviluppo emotivo nei primi anni di vita ed ha sottolineato come le emozioni siano centrali nello sviluppo del Sé.
Oggi siamo nella condizione di poter rilevare che, fin dalla più tenera età, noi siamo in grado di stabilire una fitta interazione non verbale (sonora, visiva, tattile, etc.).La ricerca sull’interazione madre neonato ha portato alla luce l’esistenza di canali di comunicazione preverbali che regolano in tempo reale gli stati esistenziali del neonato e della madre coordinandoli tra loro per mezzo di scambi, essenzialmente tattili, visivi ed uditivi. La madre attraverso questi scambi bi-direzionale, ascoltando attivamente il bambino e mettendosi in risonanza con lui, opera una selezione sia sulle sensazioni soggettive del neonato e le sue.
Nel 1985, Dan Stern pubblicò “Il mondo interpersonale del bambino”, in cui riversava il frutto di anni di compassionevole osservazione, fotogramma per fotogramma, dell’interazione che si svolge tra le madri e i loro neonati. Quello che dal lavoro di Stern balza in primo piano è il fatto che il mondo delle sensazioni possa essere dotato di un linguaggio proprio – diverso sia dal linguaggio parlato sia dalle espressioni mimiche che lo accompagnano – ma estremamente efficace nell’interagire con il mondo circostante, formulare ipotesi, cercare soluzioni e prendere posizioni. Un linguaggio operativo che amministra il mondo delle sensazioni senza bisogno di nessun ragionamento introspettivo. (Stern D., Il mondo interpersonale del bambino, 1987)
Attraverso il rispecchiamento e la condivisione emotiva, la madre contribuisce a “validare” le emozioni del bambino, in particolare quelle positive, che assumono un ruolo fondamentale nel suo sviluppo psicologico: esse costituiscono un sistema separato rispetto alle emozioni di segno negativo e si manifestano spontaneamente sin dalle prime settimane di vita, ad esempio attraverso il “sorriso endogeno precoce”, che rivela la ricerca, da parte del bambino, di emozioni positive sin dalle prime fasi del suo sviluppo.
Il meccanismo del rispecchiamento, come meccanismo psicologico fondamentale nella formazione della propria identità, è stato ipotizzato e studiato nei bambini, sin dai primi mesi di vita. D. H. Winnicott sostiene nel suo libro "Gioco e realtà" che “il precursore dello specchio è la faccia della madre”.
Nei primi stadi del suo sviluppo emozionale, il bambino è totalmente dipendente dal suo ambiente, il quale è costituito fondamentalmente dalla cure materne che possono essere riassunte nel concetto di “holding” (ossia il sostenere fisicamente e psicologicamente il lattante, tenendo conto del fatto che egli non sa che esiste qualcos’altro oltre da Sé), le cure materne giungono magicamente a soddisfare i bisogni del bambino, grazie all’identificazione e ad un adattamento quasi totale della madre (grazie alle sue stesse esperienze di neonata) con quest’ultimo.
Le ricerche recenti, nell’Infant Research, confermano che il bambino possiede una duplice competenza, di espressione e di riconoscimento delle emozioni, resa possibile dalla precoce capacità di imitare il volto umano servendosi di uno schema corporeo trasmodale, basato su informazioni provenienti da diversi canali sensoriali e sulla coordinazione tra propriocezione e percezione del movimento altrui: già nel primo anno di vita, esprime gli affetti a livello multimodale: mediante vocalizzazioni, postura, gesti, mimica facciale. Si mostra anche capace di riconoscere le emozioni della madre, distinguendo le sue espressioni, rispondendo al suo sorriso con il sorriso, reagendo alla rabbia con l’aggrottamento delle sopracciglia, manifestando disagio di fronte ad espressioni di tristezza. A sua volta, la madre tende a imitare le espressioni del figlio, evitando il rispecchiamento delle emozioni negative e impegnandosi così in un’operazione di selezione e monitoraggio degli stati mentali del bambino. È attraverso la riproduzione in se stesso dello schema corporeo della madre felice che il bambino riconosce che i comportamenti della madre significano felicità.
Lo sviluppo emotivo non riguarda però soltanto l’espressione e il riconoscimento delle emozioni, ma anche l’acquisizione della capacità di modularne l’intensità. Tronick (1989) evidenzia l’esistenza di condotte autoregolatorie molto precoci nel bambino, che lo rendono capace di modulare la tensione causata da eventi nuovi o stressanti. Una delle più precoci modalità di difesa consiste nel distogliere lo sguardo: quando il bambino è stanco dell’interazione, gira lo sguardo, riuscendo a sottrarsi all’eccesso di stimoli, prendendo respiro per poi eventualmente riprendere l’interazione. Una madre empatica rispetta il bisogno del bambino di riposarsi ed aspetta che egli decida di rientrare nel gioco, senza forzarlo.
Winnicott afferma: “Quando l’adattamento della madre ai bisogni del bambino è sufficientemente buono, esso dà al bambino l’illusione che vi sia una realtà esterna che corrisponde alla capacità propria del bambino di creare” , e ne sostiene quindi il bisogno di onnipotenza. Ad un certo punto dello sviluppo però il bambino deve iniziare ad appropriarsi della sua indipendenza, separandosi graduatamente dalla madre, che favorirà tale processo mancando, piano piano, all’adattamento totale ai bisogni dell’infante. Quindi, possiamo sostenere che le esperienze affettive strutturano l’identità del bambino: egli, infatti, interiorizza le sensazioni provate nella relazione con la madre, memorizzandole, tanto che già durante il primo anno di vita si forma prototipi di interazione, caratterizzati da specifici temi affettivi: come sostiene Emde, essi formano il nucleo affettivo del Sé e saranno riutilizzati nelle successive esperienze di relazione.
Nella letteratura clinica è descritta la difficoltà, nei pazienti con Disturbi del Comportamento Alimentare, a lavorare con le proprie emozioni e a riconoscerle. Tali difficoltà trovano una definizione nel termine Alessitimia (a=negativo, lexis=parole, thymos=emozione) un deficit nei sentimenti (Solano, 2013), cioè una difficoltà nel riconoscere e discriminare i sentimenti e comunicarli, una scarsa introspezione, poca attenzione al mondo interno proprio e degli altri e processi immaginativi coartati; queste sono alcune delle caratteristiche riconosciute, da una serie di ricerche, su soggetti alessitimici (Taylor et al., 1990a). Il corpo e il cibo sono la forma che il disagio assume per mostrarsi : il problema è l'identità corporea che ruota intorno a quel corpo e che ha paura/terrore di esistere nascondendosi dietro a non-corpi : corpi gravemente compromessi che non possono più lavorare, viaggiare, mettere al mondo figli, amare ("Il vaso di pandora" L.Dalla Ragione, P. Bianchini, C. De Santis, 2007).
In assenza di emozioni il mondo appare come irreale e distante, privo di interesse e di senso. Essendo le emozioni “motivazione di movimento” nel caso di un’anestesia emotiva, le cose che normalmente popolano il proprio spazio vissuto appaiono come meri oggetti, privi di rapporto con la vita, spogli di funzione e privi di un rapporto con il corpo. Le emozioni forniscono il contesto, lo sfondo motivazionale senza il quale nessuna comprensione può realizzarsi, e dunque dove nessuna azione può compiersi.
Le emozioni sono forze dinamiche che ci conducono all’interazione con l’ambiente. La parola emozione deriva dal latino ex- movere (muovere da) e indica alla lettera la motivazione del movimento, ciò da cui origina un movimento. Si percepisce la loro importanza nella costruzione dell’identità, nel rapporto con il proprio corpo nello spazio, nella percezione, e in quello con l’ambiente circostante: “Le emozioni svolgono un ruolo fondamentale nel trasformare l’ambiente in un luogo in cui ogni stimolo è recepito come equivalente alla percezione di alcuni dettagli come rilevanti per i nostri scopi e, in quanto tali, attraenti o repellenti, piacevoli o spiacevoli, determinando conseguentemente i nostri movimenti.(Stanghellini G., Rossi M., 2009). Un’emozione può diventare “negativa” non per il suo contenuto, ma quando, insufficientemente elaborata, viene negata, dissociata, confinata in un area isolata della mente o, al contrario, emerge in forma violenta (Solano, 2013). É evidente così il collegamento tra l’impossibilità di elaborare le emozioni e l’insorgere di varie tipologie di disturbi.
Cibo ed Emozioni: i numerosi aspetti che si celano dietro il semplice atto del mangiare
Il comportamento alimentare per qualsiasi essere umano, è sicuramente qualcosa di molto più complesso e articolato rispetto a quanto si possa comunemente credere. Questo, infatti, è il risultato finale dell’interazione di diversi fattori che possiamo sommariamente distinguere in fattori di origine biologica, psicologica e ambientale. Prendendo in considerazione singolarmente queste tre macro aree, ci si può facilmente rendere conto di quanto, dietro a segnali apparentemente banali di fame e sazietà, ci sia veramente un universo spesso misconosciuto.
Fattori di origine biologica: molteplici situazioni concorrono alla genesi corretta del segnale di fame e sazietà, molte delle quali sono ad appannaggio della composizione bromatologica del pasto stesso. Le informazioni dalla periferia (tessuto adiposo, intestino, stomaco) vengono elaborate a livello ipotalamico e quindi integrati a livello corticale per tradursi in comportamenti di ricerca del cibo oppure di non assunzione dello stesso.
Fattori di origine psicologica: è importante sottolineare che la “strada” che unisce cibo e stato d’animo sia sempre bidirezionale. Determinati stati d’animo (ansia, stress, gioia...) possono influenzare la qualità e la quantità di cibo ingerito, così come l’ingestione di determinati nutrienti può modificare lo stato d’animo (ad esempio cibi ricchi in grassi, richiamando sangue allo stomaco per la digestione, generano apatia e sonnolenza; i carboidrati essendo ricchi in triptofano -amminoacido di partenza per la sintesi della serotonina- migliorano il tono dell’umore). L’associazione cibo-emozioni, sembra avere un corrispettivo anche da un punto di vista neuro anatomico: un ruolo centrale infatti lo gioca il sistema limbico (nello specifico l’amigdala) che regola, insieme all’ipotalamo, non solo il comportamento alimentare, ma anche quello sessuale, le espressioni della rabbia e di paura e il controllo della motivazione. Questo quindi sembrerebbe spiegare perché annusare/vedere/assaggiare un cibo legato ad un ricordo felice trasmetta benessere innescando tutta una serie di emozioni positive che di per sé tenderanno a far perpetuare lo stimolo (e quindi a mangiare di più) e viceversa per i ricordi dolorosi/infelici.
Fattori di origine ambientale: in questo ambito rientrano i fattori di origine religiosa (in quanto alcune religioni vietano di mangiare alcuni cibi), culturale, geografica (ovviamente ogni paese ha una propria tradizione e cultura culinaria, per esempio per i paesi mediterranei la principale fonte di carboidrati è il pane e la pasta, mentre nei paesi asiatici è il riso), modelli di riferimento (genitori, TV, amici..) e stati di salute (diabete, ipertensione, ipercolesterolemie) (Il Vaso di Pandora, Dalla Ragione et al., 2007)
Nell’ambito dei disturbi alimentari, sempre più bambini e ragazzi mangiano per noia, per rabbia, perché sono tristi, perché ne hanno voglia… ma sempre meno perché hanno semplicemente fame. (Ostuzzi et al, 2003). Man mano che il disturbo si diffonde e prende forma, il cibo si svuota dei suoi significati più veri, più puri e rimanda a mille nuove rappresentazioni che hanno poco a che fare con la nutrizione o la regolazione dei propri stimoli biologici. Lo stesso corpo si adatta e si trasforma alle tante imposizioni, manipolazioni che subisce, non solo nelle forme, ma anche nei ritmi. I segnali che sono propri di fame, sete e sazietà deputati a regolare l’assunzione di cibo, lasciano il posto a un controllo autoimposto.
Mangiare con consapevolezza ci restituisce forti emozioni: del mondo come fonte di nutrimento; di noi stessi in quanto degni di ricevere tale nutrimento, eccitamento, contatto primigenio con la madre nutrice, sicurezza di essere a casa propria nel mondo, legame con le altre forme di vita e anche gratitudine. Perciò possiamo affermare che il rapporto con il cibo è strettamente connesso con il nostro rapporto con il mondo ed ognuno, attraverso il gesto di nutrirsi, costruisce il proprio particolare pezzo di mondo (Robert Nozick). Queste parole ci aiutano a comprendere meglio le ragioni per cui qualcosa che è fonte di nutrimento e vita possa trasformarsi in una ragione di sofferenza e malattia per milioni di giovani.
Possiamo quindi sottolineare che il comportamento alimentare dell’essere umano non è altro che il risultato dell’interazione di questi tre fattori (biologico, psicologico e ambientale) e che tutti e tre sono coinvolti inevitabilmente nella relazione che l’individuo ha con il cibo.
Se il cibo viene utilizzato come ricatto o ricompensa, il bambino potrebbe confondere la fame con altre esperienze emotive e imparare a mangiare o a rifiutare il cibo in seguito a emozioni diverse (noia, frustrazione, rabbia...)non riconoscendo più il senso di fame e sazietà. Il cibo diviene così una merce di scambio con un messaggio di dipendenza relazionale. Non si mangia per vivere ma si vive per mangiare o per non mangiare. ("le mani in pasta", Dalla Ragione L., Antonelli P., 2018)
Pensando quindi all’essere umano come un’entità unica, si può dire che egli si realizza contemporaneamente sul piano corporeo, psicologico e relazionale e la malattia può essere intesa come un risultato di uno squilibrio emozionale che ha bisogno del corpo per esprimersi, attraverso i sintomi. Vediamo che la cura non si esaurisce nel corpo ma si deve rivolgere al ri-equilibrio degli stati emozionali che ne sono la causa.("Il vaso di pandora", Dalla Ragione et al.,2007)
Bibliografia:
ANTONELLI P., DALLA RAGIONE L., (2018), Le mani in pasta, Il Pensiero Scientifico Editore
DALLA RAGIONE L. et al.(2007) Il vaso di Pandora, Associazione Onlus Mi fido di te.
ROSSI S.,TRAVAGLINI R. (2012) Formazione all’ascolto: contesti educativi e terapeutici per l'età evolutiva, Franco Angeli.
SOLANO L. (2013), Tra mente e corpo, come si costruisce la salute, Raffaello Cortina Editore.
STANGHELLINI G., ROSSI M. (2009), Psicologia del patologico, Cortina, Milano
STERN D.(1987) Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri
TAYLOR, G. J. (1992), "Psychosomatics and Self-regulation". In BARRON, J.W., EAGLE,
M.N., WOLITZKY, D.L. (a cura di), Interface of psychoanalysis and Psychology. American Psychological association, Washington, DC, pp.464-488
TRONICK E.Z., ALS H., ADAMSON L., WISE S., BRAZELTON T., (1978), The Infant Response To Entrapment Between Contradictory Messages in Face-to-Face Interaction, Journal American Child Psychiatry, 17.
TRONICK E.Z., (1989), Emotions and Emotional Comunication, Infants.
American Psichologist, 44, pp.112-119.
WINNICOTT D.H. (2005) gioco e realtà, Armando editore

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